Realtà e fake news: il delicato rapporto tra marketing e consumi

/ marzo 11, 2019/ Internazionalizzazione

“Gli operatori del settore sono chiamati a rivedere le strategie e a studiare la psicologia delle persone di fronte alle notizie false.”

Con questa iconica affermazione, “La Repubblica” apre un articolo sul marketing e sui trend dei consumi nell’era della connessione digitale.

Non è una novità che le fake news incidano sui consumi e in particolare, il settore alimentare è sempre stato uno dei loro bersagli più gettonati, dalle uova, additate come una minaccia per la salute, fino, negli ultimi anni, alla carne rossa. Incidono fortemente sui consumatori e sono vettore di orientamento negli acquisti perché fanno leva sulla parte irrazionale, sulle emozioni e sull’istinto. Il punto nevralgico in tutto ciò risiede nel fatto che invertire il processo e ripristinare la verità costa fatica e tempo, perché l’informazione è più lenta e complessa della disinformazione.

In un contesto così fluido, tutti i business che si fondano sui consumi sono chiamati a rivedere le proprie strategie comunicative e di marketing. Quale tipologia di consumatore si trovano davanti? E a chi devono parlare? I risultati della ricerca “Miti dei consumi, consumo dei miti” realizzata dal Censis in collaborazione con Conad ci dicono che siamo di fronte a una forbice.

Da un lato, consumatori che non si fidano di nessuno se non di se stessi, sospettosi nei confronti della pubblicità e inclini a credere alle fake news, se non attivatori loro stessi di fake news; dall’altro lato invece troviamo consumatori entusiasti che si lasciano orientare dagli influencer e dai vip paladini dei social, oppure dai media più tradizionali come giornali, radio e tv. Non sono due mondi inconciliabili, anzi i punti di contatto sono possibili, veicolati sempre da un mix di emozioni e sensazioni a cui il consumatore cede,  ma sicuramente assumono tratti sempre più distinti.

Il Censis stima che ci siano 6,4 milioni di italiani avversi alle competenze e professionalità, che diffidano dagli esperti. Il dato da tenere sotto controllo riguarda l’età: i più circospetti sono i giovani tra i 18 e i 34 anni (25,1 per cento), mentre è “solo” il 18,9 per cento tra chi ha più di 65 anni. Pensano di essere essi stessi degli esperti, sono i più esposti alle fake news nonostante molti di loro siano ancora inseriti in percorsi di formazione scolastica, che si spera funga da cuscinetto nei confronti della deriva delle notizie parziali e false che circolano.

Poi ci sono 12,6 milioni di persone che cercano autonomamente informazioni sulle aziende di cui vorrebbero provare i prodotti, 17 milioni che nell’ultimo anno non hanno acquistato un prodotto o un servizio perché hanno giudicato la pubblicità che lo promuove fuorviante (il 40,5 per cento dei giovani) mentre 27,6 milioni sono stati influenzati dai media tradizionali o dai social. Infine, sono 37,6 milioni gli italiani che hanno fatto acquisti senza tener conto di pubblicità, influencer e celebrità. Insomma, lo scenario è composito e articolato ma c’è un filo rosso che lega tutte le tipologie di consumatori: l’individualismo, il sovranismo dei consumi.

Il consumatore è protagonista e padrone delle proprie scelte, a cui dedica molta attenzione. La ricerca rileva che egli opta sempre di più per prodotti che lo facciano stare bene con se stesso, che rispondono a bisogni relativi alla qualità della vita, ma anche a esigenze identitarie e valori. Per questo i consumi sono stati trainati da prodotti bio, alimenti “free from” e cibi a base di farine ricavate da cereali superfood: il lato positivo in tutto ciò è che le fake news non possono avere avuto una forte incidenza, perché qui a emergere è un nuovo modello di consumatore.

 

Tratto da “La Repubblica”.